Lo statalismo necessario

Sul Corriere della Sera di domenica 3 gennaio 2021, l’economista Francesco Giavazzi ha pubblicato un commento dal titolo Il ruolo di uno Stato. Leggendolo è evidente come l’autore si rifaccia alle teorie liberiste, che sostengono il totale disimpegno dello Stato dall’economia, lasciando la locomotiva di un Paese totalmente nelle mani del mercato.

Personalmente, non credo che sia questa la strategia migliore per l’espansione economica di una nazione. Certo, non sostengo la totale collettivizzazione dei mezzi di produzione, ma sono sicuro che lo Stato, in quanto ente finalizzato al bene comune, debba avere la possibilità di regolare i settori di interesse strategico, in armonia con le grandi aziende private.

Giavazzi esordisce scrivendo che “il punto decisivo di Next Generation Eu, prima ancora dei progetti specifici sui quali si articolerà il programma, è definire il ruolo dello Stato, i confini della sua azione, i rapporti con gli altri attori della società. Di questo si dovrebbe discutere: lo Stato si limiterà a individuare le priorità del programma oppure ne sarà l’attore principale? E se dovesse valere la seconda ipotesi, ne sarà capace?”

Sono convinto del fatto che a regolare una grande opportunità come quella rappresentata da Next Generation Eu debba essere proprio lo Stato - non lo affermo secondo un determinato settarismo ideologico -, poiché solamente quest’ultimo, in quanto Istituzione che regola la vita dei cittadini secondo specifiche norme giuridiche, può garantire la massima equità nella distribuzione dei fondi, peraltro di origine pubblica.

L’economista, inoltre, afferma che “la pandemia, che è la peggiore emergenza cui il nostro Stato ha dovuto fare fronte negli ultimi settant’anni, ha messo in evidenza alcune ombre, sempre nel pubblico.

Anche in questo caso, non sono d’accordo: la pandemia di coronavirus non ha evidenziato le ombre del settore pubblico italiano, bensì ha sottolineato come vadano rivisti i rapporti pubblico-privato (basti pensare alla situazione sanitaria della Lombardia durante la prima ondata) e quelli tra Stato ed enti locali (sindaci che chiudevano a destra, altri che aprivano a sinistra, governatori che contrastavano la linea di Roma).

Tornando al ruolo dello Stato in economia, io sostengo la linea del cosiddetto “capitalismo di Stato”, che prevede un intervento del pubblico per correggere i limiti del mercato. Ciò avviene quando lo Stato investe su imprese strategiche per offrire un servizio equo. Sono convinto che questo sistema sia il compromesso migliore tra la collettivizzazione, morta con la fine del sogno sovietico, e il laissez faire, che soffocherebbe gran parte della società a discapito di una cerchia ristretta.

Il capitalismo di Stato non è un sistema “pericoloso” oppure una visione che rivoluzionerebbe la nostra economia, ma è una pratica comune sia in Occidente che altrove. Proprio in questi giorni, il gruppo FCA (controllato in maggioranza da una holding olandese di proprietà della famiglia Agnelli) e il gruppo PSA (formato dalla famiglia Peugeot, dallo Stato francese e da un’azienda automobilistica statale cinese) hanno dato vita gruppo Stellantis.

Alla luce della composizione dei gruppi fondatori, Stellantis garantirà profitti sia alla Francia che alla Cina, grazie alla lungimiranza delle loro classi dirigenti, mentre al settore pubblico italiano resteranno solamente le delocalizzazioni - causate dal lassismo dei tanti “liberisti da divano” che urlano al pericolo comunista non appena sentono pronunciare la parola “pubblico”- di chi ha deciso di produrre le Fiat in Polonia piuttosto che a Termini Imerese.

Giavazzi, sbagliandosi di grosso, afferma che l’IRI - Istituto per la Ricostruzione Industriale, la colonna portante dell’economia pubblica italiana del dopoguerra -, venne fatto fallire a causa delle scelte che la politica impose al management. In questo modo, l’interventismo dello Stato viene additato come cattivo perché cattiva è la politica che lo gestisce.

Si tratta di un’equazione sbagliata, frutto dell’antipolitica che ha monopolizzato l’Italia da tangentopoli in poi. Per dovere di cronaca, l’IRI venne prima smantellato e poi dismesso a causa delle discutibili scelte comunitarie in materia economica.

Certo, oggi esiste Cassa depositi e prestiti, ente soprannominato “la nuova IRI”, azionista di Poste Italiane, Eni, Fincantieri e Tim. Naturalmente non si tratta dello splendore di un tempo, lo splendore di quando il settore pubblico faceva volare, muovere e mangiare l’Italia. In tutti i sensi.

Negli anni Ottanta, un turista giungeva che nel nostro Paese con un volo Alitalia (IRI), a bordo di un aereo costruito da Aeritalia (IRI), telefonava alla famiglia per informare dell’arrivo con un telefono prodotto dalla Italtel (IRI) su linea SIP (IRI). Subito dopo, possibilmente, andava a comprare il pranzo in un autogrill della SMA (IRI), mentre percorreva un’autostrada della società Autostrade (IRI) producendo, in questo modo, profitti per le casse dello Stato.

Per fortuna anche i liberisti si accorgono che il pubblico, quando si muove bene, produce gioiellini. “Il fatto che lo Stato controlli Enel - scrive Giavazzi - non ha impedito al management dell’azienda di perseguire una strategia di internazionalizzazione che l’ha portata ad essere il maggior operatore nel settore delle fonti rinnovabili negli Stati Uniti”.

Per concludere, mi colpisce il giudizio dell’economista sull’attuale situazione sanitaria. “Se usciremo dalla pandemia non sarà, almeno nelle democrazie occidentali, grazie allo Stato bensì grazie ai vaccini prodotti da una combinazione di Big Pharma (Pfizer, AstraZeneca e simili) e start-up come BioNTech create da investitori privati.

Bene, anche in questo caso Giavazzi dimostra di vivere in un universo parallelo. Come hanno riportato tutte le testate, solo per citare alcuni finanziamenti, BioNTech ha ricevuto 445 milioni di dollari dal governo tedesco, Moderna ha ottenuto più di 1 miliardo dal Dipartimento della salute e dei servizi umani degli Stati Uniti, mentre il vaccino di AstraZeneca ha ricevuto 1 miliardo di sterline dai fondi pubblici. Alla faccia dello Stato brutto e cattivo.

Senza dimenticare che il vaccino russo Sputnik V è stato sviluppato interamente dal Centro di ricerca statale Gamaleya, il CoronaVac dalla società pubblica cinese Sinovac Biotech, come sono figli dell’intervento dello Stato anche i vaccini sviluppati dall’istituto cubano Finlay, Soberana 01 e Soberana 02.

Insomma, credo che il rapporto tra Stato e mercato non debba trasformarsi in una sorta di derby, in una partita dove uno cerca di primeggiare sull’altro.

La Cina ci insegna che gli obiettivi economici sono conseguiti meglio e più rapidamente se un agente sociale stabilisce le priorità per conseguirli e può mobilitare il massimo di risorse, private e pubbliche, a tal fine. Il welfare state, che ha fornito in Occidente sostegno e assistenza alle fasce più deboli della società, non basta più.

È evidente che dal giorno seguente la fine della crisi sanitaria, la politica sarà chiamata a risolvere queste problematiche di tipo economico e sociale. Tuttavia, la strada è già stata segnata.

Catania, 2001. Studente di Filosofia Unict. Scrivo di Politica e Attualità. Collaboro con F1world. “I ragazzi che salvarono il mondo” è il mio libro di esordio.

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