Quando c’erano i comunisti italiani

Esattamente un secolo fa, il 21 gennaio del 1921, una corrente socialista dava vita al Partito Comunista d’Italia, aderendo al pensiero leninista e alla Terza Internazionale, organizzazione guida di quelle formazioni politiche che sognavano di “fare come in Russia”.

Oggi, a cent’anni dalla sua nascita, e a quasi trenta dalla sua fine, bisognerebbe riflettere su ciò che è stato, per il nostro Paese, il Partito Comunista Italiano e, specialmente, il pensiero comunista nostrano.

Secondo molti luoghi comuni, il comunismo è terrore, povertà, violenza e totalitarismo. In Italia, invece, nonostante il PCI non abbia mai governato, la negazione delle libertà non era neanche nei pensieri dei suoi dirigenti, che invece plasmarono un partito coerentemente democratico e riformista.

L a prima sfida dei comunisti italiani fu il contrasto del fascismo, culminato con la lotta partigiana durante il periodo della resistenza. Certo, tra i partigiani si trovavano anche liberali e popolari, ma fu il gruppo affiliato al risorto PCI, nato dalle ceneri del clandestino PCd’I, ad essere il più organizzato.

Non possiamo dimenticare, inoltre, il grande contributo che i comunisti diedero alla causa costituente: il primo articolo, quello della Repubblica fondata sul lavoro, e il terzo, che stabilisce l’uguaglianza dei cittadini, non sono altro che esempi tangibili dell’impronta sociale data alla nostra Costituzione dalle sinistre.

Negli anni Cinquanta furono i comunisti a lottare contro il cosiddetto clerico-fascismo, quel pericoloso sentimento conservatore e reazionario che i religiosi stavano utilizzando per influenzare la politica. Non bisogna dimenticare, inoltre, il grande contributo che il PCI diede per contrastare il fenomeno del movimentismo radicale e del terrorismo rosso.

Come dicevo prima, i comunisti italiani non cercarono in nessun modo di contrastare le libertà, anzi. Subito dopo la nascita della Repubblica, il PCI abbandonò i dogmi del marxismo-leninismo e l’utopistico sogno della rivoluzione, irrealizzabile in Occidente, in nome della neonata democrazia.

Infatti, il PCI fu un partito coerentemente democratico e riformista, che ben presto prese le distanze da Mosca. Tuttavia, credo che i rapporti con l’URSS furono la discriminante che bloccarono il percorso del Partito verso la vittoria. Preso atto della fine della spinta propulsiva della Rivoluzione russa, il PCI avrebbe dovuto ammainare, a mio avviso, la bandiera rossa, per ricucire la scissione di Livorno.

Lo storico segretario comunista, Enrico Berlinguer, affermava che l’obiettivo del Partito era la costruzione di «una società socialista che sia fondata sul concorso di diverse forze politiche e sociali, che rispetti tutte le libertà, meno una: quella di sfruttare il lavoro di altri esseri umani. Perché questa libertà tutte le altre distrugge e rende vane».

Nonostante le contraddizioni che condannarono il Partito Comunista Italiano all’opposizione perpetua, la sinistra del XXI secolo deve avere il coraggio di non nascondere quell’eredità, che rappresenta un vigoroso lume in un momento ideologicamente buio.

L’idea socialista è e resta la via da seguire: per migliorare la società moderna, resa diseguale dai limiti del capitalismo, il messaggio del PCI, democratico e riformista, è ancora utile.

Per questo motivo, bisognerebbe riscoprirlo e riattualizzarlo, senza dogmi e senza verità universali, in modo da regalare alle sinistre moderne, ancora appiattite sui fallimenti della terza via liberale, la speranza di un mondo migliore. Infatti, “il socialismo è ciò che il suo tempo lo fa”.

Catania, 2001. Studente di Filosofia Unict. Scrivo di Politica e Attualità. Collaboro con F1world. “I ragazzi che salvarono il mondo” è il mio libro di esordio.

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